venerdì 12 febbraio 2016

SAVE THE DATEMERCOLEDÌ 17 FEBBRAIO PRESENTAZIONE DI PROGRAMMA E CANDIDATI

DI “SEI PROPOSTE PER UN NUOVO INPGI-INFORMAZIONE@FUTURO”



L’Inpgi attraversa una crisi che potrebbe essere definitiva. Nella gravità della situazione sembra almeno che ci sia la consapevolezza di quanto sia importante il prossimo appuntamento elettorale.

Si tratta di scegliere i colleghi che avranno la responsabilità di amministrarla per i prossimi quattro anni. “Sei proposte per un nuovo Inpgi” è un progetto che prende le tracce da un documento che è stato approvato all’unanimità dal Direttivo dell’Associazione stampa romana. Ed è anche una lista di colleghi che condividono un percorso di cambiamento a cominciare dai compensi che si chiede siano ridotti drasticamente: ci si candida per spirito di servizio, non per avere un reddito. E nessuno dei candidati ha avuto un ruolo nella gestione uscente.

È un taglio netto, senza equivoci, con un passato di poca trasparenza culminato nel rinvio a giudizio per truffa e corruzione del presidente Andrea Camporese per la vicenda Sopaf e la mancata costituzione di parte civile dell'istituto.

Ma in un progetto ci sono sempre delle persone che è bene conoscere sui temi di cui si dovranno occupare. Per questo i candidati di “Sei proposte per un nuovo Inpgi-Informazione@futuro” danno appuntamento ai colleghi nella sala Angelici al primo piano dell’Associazione stampa romana (piazza della Torretta 36),mercoledì 17 febbraio alle 10.30. Per farsi conoscere, per confrontarsi, per aprire quel dialogo che vuole essere anche un metodo per il futuro. 

mercoledì 10 febbraio 2016

ELEZIONI INPGI


Care colleghe cari colleghi
questi sono i candidati che sosterremo come Informazione@Futuro nelle elezioni dell'Inpgi in programma a fine febbraio. Il punto di partenza comune è il documento "Sei proposte per difendere - e cambiare - l'Inpgi", firmato anche da altri candidati.
Il nostro auspicio è che si possa produrre dopo il voto una larga convergenza su quelle proposte, che se pure non sono la ricetta definitiva per salvare l'Istituto, certamente indicano una direzione di marcia corretta nel segno di un cambiamento sempre più urgente.
Anche se siamo alle ultime battute prima del voto, è ancora possibile aderire al documento (già da tempo pubblicato integralmente su questa pagina), inviando una mail a nuovoinpgi@gmail.com.



venerdì 5 febbraio 2016


Segreteria Associazione Stampa Romana

INPGI: Camporese sia responsabile e rassegni le dimissioni
Il rinvio a giudizio di Andrea Camporese per truffa e corruzione nell'ambito dell'inchiesta Sopaf a Milano impone alcune riflessioni di legge e altre di opportunità.
Sulla legge ribadiamo il nostro giudizio. Andrea Camporese è innocente fino a prova contraria, fino alla fine del processo. Non siamo garantisti a giorni alterni.
Di tutt'altro avviso le questioni di opportunità.
Questa vicenda molto lunga non ha fatto altro che sfibrare il rapporto di fiducia che deve esistere tra i colleghi e chi li rappresenta negli istituti di categoria.
Opportunità avrebbe voluto che Inpgi si fosse già costituito parte civile anche per tutelare il proprio vertice.
Oggi, dopo il rinvio a giudizio, esiste una opportunità ancora più stringente, figlia del rapporto solidale tra i giornalisti. Anche se il mandato sta per scadere neanche per un solo giorno possiamo immaginare che accanto a Camporese salgano sul banco degli imputati i colleghi che continua a rappresentare.
E questo proprio perchè la responsabilità penale è personale ed è un principio di civiltà giuridica da ribadire anche in questo caso.
Se Camporese ha a cuore l'istituto che ha guidato per anni, che è alla vigilia di elezioni su cui abbiamo bisogno di confrontarci seriamente sulle misure per salvarlo, che ha approvato una manovra di tagli alle prestazioni solo parzialmente promossa dai ministeri vigilanti che chiedono sacrifici ancor più dolorosi, dovrebbe entrare nel processo Sopaf, deponendo la giacca di Presidente dell'INPGI.
A questo punto INPGI metta responsabilmente in campo tutte le azioni per tutelare nel processo gli interessi dei propri iscritti.

lunedì 14 dicembre 2015

Sei proposte per difendere - e cambiare - l´INPGI

 
L’approvazione del bilancio di assestamento 2015 dell’Inpgi, nonostante il leggero utile di 22 milioni, conferma le gravi preoccupazioni per la sorte dell’Istituto perché evidenzia un disavanzo tra entrate e uscite contributive che ormai ha raggiunto la cifra record di 106 milioni. La manovra approvata dal Cda 
il 27 luglio scorso è un tentativo di reazione ma sappiamo tutti che non è sufficiente. Se gli sgravi contributivi e le altre misure per rilanciare l’occupazione non avranno effetti rilevanti (nell’ordine delle migliaia e non delle decine o centinaia di assunzioni/stabilizzazioni), se continuerà l’emorragia di posti di lavoro, se si procederà come vuole la Fieg nella direzione di svuotare ulteriormente il contratto nazionale e abbassare ancora il monte salari (con conseguente impoverimento dei contributi previdenziali incassati dall’Istituto, nonostante gli aumenti delle aliquote) sarà molto difficile per l’Inpgi, nei prossimi anni, rispettare i parametri di sostenibilità previsti dalle norme e dagli organismi di controllo.
A queste condizioni il futuro dell’Inpgi è segnato. Ma non ci si deve rassegnare all’ineluttabile. La legge assegna alle parti sociali l’onere di determinare gli indirizzi delle politiche previdenziali dell’Inpgi in materia di contribuzione e prestazioni (D.lgs 509/94, art. 3, comma b). Si può fare molto per salvare l’Inpgi, nella consapevolezza che garantendo l’autonomia e il futuro dell’Istituto di previdenza dei giornalisti italiani (contro le ipotesi e le pressioni per farlo confluire nell’Inps) si garantiscono le prestazioni previdenziali e assistenziali ma al tempo stesso si difende una fetta importante dell’indipendenza e della libertà dell’informazione in Italia. E’ una battaglia per la quale occorre innanzitutto ricostruire un più stretto legame fra le politiche contrattuali, le politiche per l’occupazione e la gestione dell’Istituto: è dalla platea dei giornalisti attivi e pensionati che viene eletta democraticamente la maggioranza nei suoi organismi di rappresentanza e di governo. 

 
Ecco perciò sei proposte molto concrete:
1. I co.co.co. nella gestione principale dell’Inpgi. Non si tratta di un artificio meramente contabile ma di un’operazione di giustizia. Molti di questi colleghi infatti lavorano come art.1 e vengono pagati molto meno. Portarli in seno al contratto nazionale, con una regolarizzazione, magari progressiva, della posizione di quanti sono redattori a tutti gli effetti significa tutelare loro e restituire al fondo lavoratori dipendenti dell’Inpgi una dimensione più aderente alla realtà. Si tratta di un traguardo prioritario che va subito messo sul tavolo della trattativa contrattuale. 
2. Gestione oculata e dismissioni degli immobili. Vanno innanzitutto valorizzati e ristrutturati gli immobili che restano in portafoglio, va stoppata la pratica dei canoni fuori mercato che lascia sfitti per lunghi periodi troppi immobili, a danno delle casse dell’Istituto. Si può anche ipotizzare che alcuni immobili a uso ufficio vengano affittati a giornalisti non dipendenti per consentire loro di lavorare con la formula del coworking. Ma in generale non ha più senso tenere in portafoglio una percentuale di immobili così alta (oltre il 50 per cento del patrimonio totale) che rischia di rendere così poco (soprattutto il residenziale). Si attende l’iniziativa del Governo che indicherà tempi e modalità di queste dismissioni. Ma occorre avviarle – basandosi su valutazioni realistiche e non su prezzi riferiti ai valori del mercato pre-crisi – rivolgendosi anzitutto agli inquilini che già ci abitano, magari ipotizzando di favorirli attraverso l’erogazione di mutui da parte dell’Istituto; eventualmente, anche calibrando i vantaggi da offrire loro sia in base al tradizionale criterio di “anzianità” del contratto d’affitto sia in base alla maggiore o minore incidenza, sul totale pagato negli anni, dei canoni a prezzi di mercato stabiliti dall’Istituto. 
3. Pensioni dignitose nella gestione separata. E’ l’unica che sta, per definizione, in equilibrio nel rapporto tra entrate e uscite, in virtù del sistema contributivo pro-rata, cioè tutto quello che si è versato viene restituito alla fine della vita lavorativa, aumentato del 4 per cento in base all’aspettativa di vita. Si pone tuttavia il problema di molti colleghi che non raggiungeranno mai un livello adeguato per la pensione, visto l’ammontare medio dei versamenti. Una recente sentenza del Consiglio di Stato apre la possibilità di aumentare la percentuale di rivalutazione per le pensioni delle gestioni separate che utilizzano un sistema contributivo pro-rata. Secondo la nuova sentenza la percentuale può essere anche aumentata in base alla disponibilità 
finanziaria dell’ente. La gestione separata dell’Inpgi ne avrebbe la disponibilità. Un aumento della percentuale di rivalutazione sarebbe perciò compatibile con le risorse di bilancio. Si tratta di decidere per garantire ai colleghi lavoratori autonomi una pensione dignitosa e adeguata agli sforzi e sacrifici compiuti durante la vita lavorativa. Va anche valutata la possibilità di introdurre un sistema di ammortizzatore sociale per i giornalisti non dipendenti sul modello della dis-coll dell’Inps.
4. Trasparenza e correttezza. Indipendentemente dalle accuse rivolte dalla magistratura inquirente al presidente uscente Andrea Camporese per la vicenda Sopaf (che si chiarirà nelle sedi opportune) rimane necessario compiere una riflessione sui meccanismi decisionali e sulla trasparenza della governance dell’Inpgi. Va ridotto l’ammontare massimo di spesa e investimento che il presidente dell’ente può compiere senza passare dal consiglio di 
amministrazione. 
5. Certezze per i pensionati. La miglior garanzia per le prestazioni che vengono erogate è la solidità finanziaria dell’ente. Le azioni indicate servono a garantire i trattamenti già in essere e quelli futuri, secondo criteri di equità e di tutela dei diritti acquisiti. Difendere l’equilibrio finanziario dell’Istituto è condizione per garantire l’erogazione presente e futura delle 
pensioni, ma occorre riflettere sul rischio di esporre una parte rilevante della categoria a continui interventi sui diritti acquisiti per bilanciare le emorragie della gestione previdenziale. Chi gestirà l’Istituto in futuro dovrà garantire certezze anche ai pensionati: il prelievo di solidarietà adottato dal Cda uscente va considerato eccezionale e temporaneo.
6. Riformare gli organismi e i compensi dei consiglieri. L’impegno negli organismi di categoria è un servizio. Passa attraverso elezioni fra i giornalisti: i gruppi dirigenti non si formano con una selezione di manager professionisti. Per il compenso del presidente deve essere fissato un tetto di 102.000 euro, analogo a quello del presidente dell’Inps, che porta la responsabilità di decine di milioni di posizioni previdenziali. Nel caso in cui l’eletto si ponga in aspettativa, eventuali voci retributive aggiuntive per compensare scatti di anzianità, quota Tfr non accantonata e mancati versamenti Casagit non dovranno in nessun caso superare il 25 per cento di tale cifra. Per il vicepresidente vicario (pensionato) va fissato un corrispettivo di non più di 36.000 euro annui lordi; stesso trattamento per il presidente (giornalista) del Collegio sindacale. Per i componenti del Cda Inpgi 1 e del Comitato amministratore Inpgi 2 il compenso va limitato ai gettoni di presenza, per i quali si può immaginare di fissare un tetto di 250 euro lordi a seduta. Altre misure di spending review, con proporzioni simili di riduzione della spesa, vanno adottate per tutte le cariche elettive. Inoltre, va riformato lo statuto per semplificare organismi pletorici e alleggerire costi incompatibili con la realtà attuale, riducendo da 62 a 34 i componenti giornalisti del Consiglio generale o in alternativa prevedendo che sia composto dai soli fiduciari, eletti su base regionale con una rappresentanza rafforzata per le regioni con il maggior numero di iscritti. 

 
Per un voto consapevole alle prossime elezioni dell’Inpgi chiediamo a tutti i candidati di sottoscrivere questa piattaforma, inclusa la riduzione dei compensi: non solo un risparmio ma una scelta simbolica, per restituire alle candidature il loro valore di servizio alla categoria.

 
Le adesioni al documento (nome, cognome, testata/freelance/pensionato, numero tessera professionale) vanno inviate alla mail: nuovoinpgi@gmail.com.

venerdì 18 settembre 2015

Paolo Barbieri

In vista del 7 ottobre si è aperto un (minimo) dibattito sull’elezione del presidente della Fnsi che dovrà sostituire il povero Santo Della Volpe. Credo ci abbiano reso un buon servizio i colleghi che hanno fatto circolare pubblicamente il riassunto delle notizie per ora disponibili, delle candidature esplicite e di quelle più o meno occulte. Per lo stesso motivo credo sia giusto riconoscere che la candidatura di Paolo Butturini da parte di Informazione@Futuro ha contribuito alla trasparenza del percorso, sottraendo almeno in parte la discussione ai corridoi. Ha fatto bene il segretario della Stampa Subalpina Stefano Tallia a mettere nero su bianco le sue perplessità di metodo, che condivido solo in parte; giusto chiedere un confronto più aperto, ma le “primarie” in un organismo dirigente costituito per liste avrebbero bloccato il dibattito a una conta di componenti, rischiando di vanificare un passo avanti importante compiuto dopo il congresso di Chianciano. In occasione del pronunciamento della Giunta e delle associazioni regionali sulla manovra Inpgi, infatti, a fronte di un percorso che è apparso piuttosto forzato a molti e con contenuti che hanno suscitato diffuse preoccupazioni, il segretario Lorusso ha ottenuto il mandato “preventivo” che chiedeva per approvare la manovra e trattare sulle possibili correzioni. E, anche se il risultato del suo confronto con i vertici dell’Inpgi ha solo parzialmente soddisfatto le richieste del documento Fnsi, la sua conduzione non è stata messa in discussione.

Ora la Fnsi ha di fronte a sé due scelte da fare. La prima: decidere se tra i cento e dispari componenti del Consiglio nazionale esiste un candidato in grado di svolgere le funzioni del presidente. Ci sono colleghi che sostengono la necessità di un “papa straniero”. Una figura esterna di prestigio, capace di rappresentarci nel Paese e di confrontarsi da pari a pari con la politica. Ma il sindacato dei giornalisti ha già dovuto subire a Chianciano l’avvilente esperienza di un candidato presidente fantasma (il quale ha successivamente negato di aver mai dato la sua disponibilità per la carica in quell’occasione) atteso fino all’ultimo e mai apparso, un po’ Fortezza Bastiani un po’ Dove sta Zazà. Siamo una piccola categoria, un piccolo sindacato, ma davvero vogliamo certificare che non siamo all’altezza di darci un presidente senza cercare un patrono venuto da fuori? E se il patrono fosse davvero autorevole, non indebolirebbe in modo irrimediabile la posizione del segretario come custode della linea sindacale e interlocutore primario delle controparti? Vedremo se e quando si manifesterà questa personalità eccezionale destinata a guarirci dai nostri vizi e a nascondere le nostre debolezze. Non ho pregiudizi, ma molti dubbi sì. 

La seconda scelta attiene alla vita interna del nostro sindacato e il suo rapporto con la platea più vasta dei giornalisti. Contro la candidatura di Butturini al momento è stata avanzata la candidatura, ovviamente più che legittima, del collega Giovanni Negri. Candidatura però formalizzata in una riunione della maggioranza Fnsi sulla base del seguente ragionamento: a Butturini e ai colleghi di Stampa romana è stato “concesso” di entrare in maggioranza a Chianciano, ma a causa delle loro posizioni critiche sulla precedente gestione non possono andare oltre. Ecco, il segretario Raffaele Lorusso innanzitutto, e poi tutti i colleghi impegnati nel sindacato si trovano oggi di fronte a una scelta: accettare oppure rifiutare questa logica di veto, questa idea della maggioranza come un treno con alcuni vagoni di terza classe che non possono che stare in coda, e quindi negare quei passi avanti che ho citato e la stessa legittimità dell’elezione larga e al primo turno di Lorusso nel congresso, figlia proprio della pluralità di sensibilità che si sono messe insieme per guardare al futuro. Accettare quella logica produrrebbe una ferita assai difficile da sanare e forti dubbi sull’agibilità democratica per tutti, nella Fnsi. Possiamo invece rifiutare quella logica e ragionare liberamente sulla candidatura di Butturini e di chiunque altro, a patto che si ripristini un trasparente confronto di idee. In questo senso, le due candidature non si annullano affatto a vicenda: le persone hanno sempre pari dignità, i ragionamenti politici si confrontano e si valutano per significato e conseguenze. 

Io al prossimo presidente chiedo soprattutto di garantire che non si commetta nuovamente l’errore di sterilizzare gli organismi sindacali. In troppi passaggi importanti degli ultimi anni le scelte sono state fatte a prescindere dal coinvolgimento non solo della categoria nel suo insieme, ma degli organismi dirigenti: la commissione contratto, la Consulta dei Cdr, il Consiglio nazionale, a tratti perfino la Giunta. Se vogliamo sopravvivere come sindacato e se pensiamo di poter ancora contribuire a dare un futuro alla categoria, va drasticamente invertita questa tendenza. Sono convinto che anche Lorusso ne sia consapevole. E bisogna ricominciare a parlare a tutti i giornalisti: quello che qualcuno ha visto lo scorso anno come un atto di rottura, il referendum contrattuale convocato da Stampa romana, è stato al contrario un concreto atto di difesa del sindacato. Difesa dalla disillusione, dal distacco, dalla sfiducia, dalla tentazione di dire “siete tutti uguali, basta”. Se non vogliamo chiuderci in un microcosmo mentre si consuma l’abbandono silenzioso di tanti, la strada della democrazia – che non contraddice affatto il meccanismo della delega e della responsabilità delle scelte che resta in capo ai dirigenti eletti – è l’unica percorribile. Una strada ancor più urgente per quanto riguarda la tessitura di un filo comune con i colleghi esclusi dal lavoro dipendente: che siano veri autonomi per scelta o precari per costrizione. Gli editori allargano quella platea, noi dobbiamo farne un elemento costitutivo della vita sindacale. Anche questa idea della ricomposizione unitaria del lavoro giornalistico fa parte dell’esperienza che con la candidatura di Butturini abbiamo voluto mettere a disposizione della maggioranza federale.

Infine, la politica, la capacità di parlare all’esterno, alla società. Certo, ci sono in giro, magari fuori dal sindacato, personalità che hanno più audience di Butturini, maggiore prestigio professionale o sintonia con ambienti che contano. Ma è questo il tipo di immagine esterna che vogliamo proiettare? I giornalisti dentro e fuori dalla “casta”, in corsa indifferentemente per una poltrona di nomina politica o per una carica nelle istituzioni di categoria? Lungi da me ricorrere ai luoghi comuni dell’antipolitica (su cui pure tanti colleghi anche di grande prestigio hanno lucrato in questi anni), ma è forse arrivato il momento di rivendicare, con un filo di orgoglio, il bene più prezioso che abbiamo: la nostra autonomia. Ricordandoci che governare un sindacato come il nostro (a Roma, a Milano come altrove) significa anche fare iniziativa e scelte politiche. Per la parità di genere, contro il razzismo, per la libertà di informazione, ad esempio. Qualcuno pensa che sia solo un caso fortuito, che nella sede di Stampa romana si svolgano da anni le attività di realtà come l’Associazione Carta di Roma o l’Osservatorio Ossigeno sui giornalisti minacciati? E’ questo patrimonio di esperienze, di scelte, di battaglie che pensiamo possa essere utile, in una posizione come quella del presidente della Fnsi. E’ su ragionamenti trasparenti e liberi che chiediamo di misurare le decisioni che dovremo prendere il 7 ottobre. 

giovedì 2 luglio 2015

Associazione Stampa romana

Bozza di manovra Inpgi - Aspetti di politica sindacale e quesiti tecnici

1. Il rischio di un intervento di corto respiro
L’intervento di emergenza sui conti dell’Inpgi nasce da uno squilibrio molto pesante fra entrate e uscite previdenziali. Nessuno può negare la necessità di un corposo intervento di risanamento in tempi ragionevolmente brevi. Ed è condivisibile in linea di principio la scelta di una manovra molto articolata, che coinvolge lavoratori attivi e pensionati (ma questa seconda gamba della manovra dipenderà dalla futura giurisprudenza) al fine di ridurre l’impatto su di una sola fascia anagrafica o retributiva, e che ridimensiona o cancella qualche aspetto anacronistico del welfare. Ma va chiarita la distribuzione dei pesi dell’intervento sulle diverse fasce generazionali e reddituali, tanto fra gli attivi che fra i pensionati. E’ invece di difficile comprensione la necessità del ridimensionamento, peraltro marginale ai fini degli obiettivi finanziari, del sussidio di disoccupazione, uno strumento che per tanti colleghi in difficoltà è di pura sopravvivenza.
E’ pacifico, nella consapevolezza degli uffici dell’Istituto, ed è stato riconosciuto in più occasioni pubblicamente dal presidente Andrea Camporese, che nel lungo periodo solo una politica contrattuale inclusiva ed espansiva potrà garantire un reale equilibrio. La manovra che è stata proposta alle parti sociali, infatti, prevede, a giudizio del Consiglio di amministrazione che l’ha abbozzata,  una teorica sostenibilità trentennale solo a condizione di una platea occupazionale e di una massa retributiva che si mantengano almeno sostanzialmente stabili; per evitare cioè di ritrovarci a discutere della crisi dell’Inpgi fra tre o cinque anni, non solo dovremmo essere in grado di conservare tutti i posti di lavoro attuali, ma dovremmo anche blindare in un contestuale pre-accordo con la controparte datoriale tutte le parti fisse e variabili delle retribuzioni (come festivi e notturni, da tempo invece nel mirino degli editori) che contribuiscono in modo significativo alla massa dei contributi. Nessuno seriamente oggi può affermare che tutto questo sia realistico, guardando al solo andamento del mercato e senza una profonda svolta nella politica sindacale, nei rapporti con le istituzioni che determinano il residuo flusso di risorse pubbliche a favore del settore, nella capacità progettuale delle imprese del settore. Si tratta di scenari futuribili da costruire responsabilmente: ma, in attesa che si materializzino, il futuro dell’Inpgi – e di conseguenza, trattandosi di un ente privatizzato che per legge non può essere rifinanziato dallo Stato, delle pensioni dei giornalisti italiani – resta esposto a rischi fortissimi. La manovra, slegata dai tempi dell’azione sindacale e politica, impone sacrifici importanti, soprattutto alla platea dei giornalisti più giovani, sui quali peserà in maniera più consistente la riduzione dell’aliquota di rivalutazione, senza alcuna garanzia di tenuta dei conti dell’Istituto nel medio e lungo periodo.
Un preoccupante punto interrogativo è rappresentato dal governo. Il mancato rispetto degli impegni assunti solo un anno fa in materia di sgravi occupazionali, il sostanziale blocco dei finanziamenti per i prepensionamenti, la lunga attesa per il via libera al finanziamento della ex fissa, il disinteresse per una seria riforma della legge sull’editoria, le incertezze sul futuro del servizio pubblico radiotelevisivo, così come, più in generale, la scarsa chiarezza sulla strategia di palazzo Chigi in materia di editoria destano serie preoccupazioni per il futuro dell’Istituto. Occorrerebbe chiarire questi punti con il governo prima di procedere con la riforma.
2. Un percorso realmente partecipato
L’Associazione Stampa romana, con un pronunciamento unanime del suo Consiglio direttivo, aveva chiesto alla Federazione nazionale della Stampa fin dallo scorso mese di aprile l’apertura del “confronto più ampio possibile con la categoria e con gli organismi dirigenti dell’Istituto (…) sul destino dell’Ente alla luce delle proiezioni attuariali e nel contesto di un mercato del lavoro profondamente mutato”. La legge assegna alle parti sociali l’onere di determinare gli indirizzi delle politiche previdenziali dell’Inpgi in materia di contribuzione e prestazioni (D.lgs 509/94, art. 3, comma b). I vertici dell’Istituto, nella loro attuale strutturazione, sono soprattutto espressione di processi di rappresentanza elettiva della categoria dei giornalisti e ad essa rispondono; hanno tutta la legittimità per interventi unilaterali, ma solo in caso di “determinazioni” delle parti sociali che dovessero mettere a rischio l’equilibrio dei conti. Un dibattito ampio e con il coinvolgimento dei colleghi, anche fuori dai ristretti ambiti dei gruppi dirigenti sindacali, a fronte di una impegnativa riforma sia delle pensioni sia di una parte del welfare dei giornalisti, non può essere esaurito in meno di tre settimane, dal 19 giugno, giorno della pubblicazione sul sito della Fnsi del documento sulla manovra, all’8 luglio, giorno nel quale la Giunta esecutiva della Fnsi dovrebbe pronunciarsi sul tema. Ma l’informazione fornita dal documento Inpgi lascia aperto lo spazio a diversi necessari approfondimenti, senza i quali anche un qualunque pronunciamento di parte sindacale sarebbe basato su dati largamente insufficienti. Il non aver fornito, anche sinteticamente, un quadro completo delle proiezioni attuariali impedisce in realtà una valutazione autonoma della manovra. E soprattutto non consente l’eventuale elaborazione di proposte alternative.
Come segreteria di Stampa romana avanziamo, in coda a questo documento, dei quesiti ai vertici dell’Inpgi per approfondire il senso e l’impatto materiale di alcune misure indicate nel documento. Ci auguriamo che, vista l’urgenza posta al sindacato, le risposte saranno adeguatamente tempestive e complete. Se una parte dei conteggi finalizzati alle previsioni attuariali di lungo periodo è ancora in corso, vorrà dire che anche il confronto sindacale avrà bisogno del tempo necessario per acquisire tutte le informazioni necessarie, per valutarle e per produrre eventuali proposte di integrazione o modifica fondate su basi più solide.
3. Principali problematiche di strategia sindacale aperte dall’ipotesi di manovra
a.      L’impegno di risorse degli editori sulla contribuzione può essere una necessità ineludibile, ma bisogna tenere presente che il lavoro del sindacato nella contrattazione si svolge sostanzialmente su due terreni: soldi e regole. Se i soldi vengono impegnati (accade da anni, a causa delle oggettive difficoltà dell’Inpgi) solo o prevalentemente sul terreno della contribuzione, mancano le risorse per i canali alternativi nei quali si possono contrattare: adeguamenti retributivi (anche modesti, come sappiamo non è tempo di vacche grasse), allargamento dei contratti regolari al posto di co.co.co, partite Iva e figure professionali escluse dal contratto giornalistico,  investimenti in formazione e innovazione.
b.      L’equiparazione fra Inps e Inpgi dal punto di vista del costo contributivo riduce la competitività, l’attrattività del nostro Istituto in particolare per una gamba della strategia sindacale che oggi tutti o quasi condividono nel dibattito interno alla Fnsi: l’allargamento dell’occupazione. Non attraverso la improbabile creazione di migliaia di posti di lavoro nuovi, ma appunto attraverso la regolarizzazione contrattuale, e quindi l’importazione nella gestione principale dell’Inpgi, oltre che dei precari di lungo corso, di figure che ne sono escluse ma già lavorano – e quindi già rappresentano un costo per imprese e istituzioni pubbliche e private – nel campo dell’informazione largamente intesa: addetti stampa, videomaker, blogger, social manager, ecc. Siccome questa cosa tutti diciamo di volerla, e siccome serve fra le altre cose a consolidare l’Inpgi  in prospettiva, è il caso di riflettere sul fatto che proprio questa parte della manovra la rende molto più difficile.
c.      L’innalzamento a 66 anni dell’età per il pensionamento di vecchiaia e la progressiva abolizione di fatto delle pensioni di anzianità si incrociano, come altre misure, con una tendenza, tuttora piuttosto viva nelle aziende dell’informazione, all’espulsione delle professionalità più mature (anche attraverso la disinvolta creazione di bad company attraverso le quali liberarsi di giornalisti contrattualizzati nella vecchia maniera). Il rischio di creare progressivamente una generazione di esodati anche nella professione giornalistica non pare del tutto compensato dalla limitata incidenza delle clausole di salvaguardia. Andrebbe ipotizzata una copertura temporale più lunga per quanti si trovino alla vigilia della riforma già in Cigs, disoccupazione o contribuzione volontaria senza reddito o con redditi al di sotto dei minimi di sussistenza e rischino di non rientrare mai nel mercato del lavoro, ma che maturino fra qualche anno i requisiti per il pensionamento con il sistema attuale.
d.      Inoltre, se non si vogliono creare scaloni, la progressione dell'anzianità contributiva per il pensionamento a 62 anni deve essere di un anno ogni 18 mesi almeno.
e.      La scelta di ridefinire in modo proporzionale e non progressivo in base al reddito (cioè di fatto con un taglio flat) l’intervento sulle aliquote di rivalutazione delle pensioni comporta una incidenza molto più pesante sulle fasce giovanili della categoria. Il presidente Camporese ha in parte spiegato, nell’incontro con la Giunta e le Associazioni regionali, che tagliare le aliquote di rivalutazione colpirà inevitabilmente meno chi è a buon punto della carriera o a fine carriera (per l’ovvia ragione che il taglio toccherà solo pochi anni del calcolo sulla maturazione dell’assegno). Ma non basta: le retribuzioni degli ultimi anni, per effetto degli interventi di raffreddamento degli scatti e degli aumenti fatti in occasione degli ultimi rinnovi contrattuali, e per effetto della crisi che fra l’altro rallenta le promozioni alle qualifiche superiori e congela o cancella gli integrativi, sono sistematicamente più basse. Il taglio flat quindi, sommando le due criticità, rischia di produrre nei fatti un intervento progressivo a rovescio a sfavore della fasce di reddito basse e medio-basse.
f.       Una riflessione la merita probabilmente anche l’intervento di solidarietà richiesto ai pensionati, al netto degli eventuali ostacoli che in futuro la giurisprudenza potrebbe opporre. Occorre considerare, innanzitutto, che si parla di assegni per i quali la legge ha bloccato da anni i meccanismi di rivalutazione (per i quali solo ora è prevista dal Governo una parziale compensazione in seguito alla nota sentenza della Corte costituzionale). Inoltre, l’intervento di legge per il contributo di solidarietà a carico delle cosiddette pensioni d’oro, che si propone di prorogare per un quinquennio, ha una sua logica di forte progressività nelle aliquote di penalizzazione, che vengono qui riproposte: 6, 12, 18% e nella base di penalizzazione che sono gli assegni oltre i 90mila euro l’anno circa. L’estensione di tale contributo alle pensioni di importo inferiore, con aliquote dello 0,5, 1 e 1,5%, andrebbe forse ripensato almeno attraverso l’adozione di una fascia di esenzione totale, con l’esclusione del taglio per tutte le pensioni del primo scaglione, da zero a 30mila euro.
g.      In una fase di grave caduta della credibilità delle istituzioni in genere, di quelle della categoria in particolare, e di crisi sempre più pesante del settore dell’informazione, è impensabile che non si intervenga – nella piena autonomia dell’Istituto, ovviamente, ma con la tempestività, l’intelligenza e la sensibilità politica che i tempi impongono – sugli organismi pletorici, sui compensi degli eletti e sui costi generali dell’Inpgi, compreso il costo del lavoro fisso e le premialità, mentre si compie un intervento di taglio sulle pensioni in essere con il contributo di solidarietà (Consulta permettendo), sulle retribuzioni attuali con l’aumento contributivo a carico dei colleghi, sulle retribuzioni future con la prevedibilissima resistenza degli editori a qualsiasi ipotesi di adeguamento dopo che si è aumentato il costo del lavoro, sulle pensioni future attraverso la ridefinizione delle aliquote di rivalutazione.
h.     Il documento sulla riforma non affronta la questione degli accertamenti ispettivi e delle risorse che si possono recuperare da essi. Anche su questo punto va assunta una decisione “politica” dalla quale discendono poi tutte le valutazioni tecniche del caso: si sente affermare che a fronte di difficilissime situazioni contabili, sull’orlo del fallimento, l’Inpgi evita di caricare quell’azienda anche di ulteriori ingiunzioni di pagamento che la porterebbero alla chiusura. Ma tra morosità, sospensione degli accertamenti e mancate ispezioni si rinuncia a una quota delle entrate. E’ un tema di natura sindacale prima ancora che pensionistica che andrebbe affrontato in sede Fnsi.
i.       Un capitolo a parte riguarda l’Inpgi 2 e le prestazioni che è in grado di fornire nel futuro a quanti stanno versando. Il rischio, molto concreto viste le proiezioni al riguardo, è che per il meccanismo di calcolo previsto dalla legge (contributivo pro-rata) molti dei colleghi che oggi versano non avranno una pensione dall’Inpgi 2 a fine attività lavorativa o comunque avranno un assegno irrisorio. Andrebbe allora seriamente discussa la possibilità di aprire il secondo pilastro della previdenza (quello del Fondo di previdenza complementare) non sono solo ai collaboratori coordinati e continuativi ma anche a quelli a partita Iva, per offrire loro la possibilità di integrare il futuro assegno pensionistico con rendimenti molto più significativi e non fissati per legge. Andrebbero poi concretizzate la definizione dell’intervento preannunciato dal presidente Camporese in materia di copertura sanitaria, e la possibile adozione di un ammortizzatore sociale simile alla dis-col introdotta dal Jobs Act.
4. Alcuni quesiti rivolti ai vertici dell’Inpgi
1.      L’intervento sulle aliquote di rendimento (pag. 6) esclude quella che incide sulle quote di retribuzione più alte, oltre gli 84mila euro. Qual è la ragione contabile, giuridica o politico-sindacale di questa tutela particolare per la fascia più alta di reddito?
2.      Senza la proiezione del risparmio voce per voce (in questo caso specifico aliquota per aliquota) è impossibile, o rischia di assumere il carattere di un passatempo da bar, formulare ipotesi alternative sostenibili, magari in senso più progressivo in ragione del crescere dei redditi, di intervento sul rendimento pensionistico. Dal momento che la necessità di disporre di tali dati era stata anticipata in occasione dell’incontro del Cda Inpgi con la Giunta della Fnsi e le Associazioni di stampa regionali, non possiamo che ribadire la richiesta di una piena disponibilità dei dati in base ai quali sono state definite le proposte, in forma schematica e comprensibile, analoga a quella delle tabelle già diffuse.
3.      Le proiezioni sui risparmi, nel documento reso disponibile, sono in genere dispiegate fino ai dieci anni. Quelle del complesso degli interventi proposti su vecchiaia, anzianità e aliquote (pag. 8) invece si fermano ai 5 anni. Qual è l’impedimento materiale a fornire il dato sullo schema degli altri risparmi? Inoltre, lo si ribadisce anche per questa tabella complessiva, per una piena comprensione delle ragioni che stanno alla base delle scelte formulate occorrono i dati disaggregati per ciascuna voce.
4.      Anche per una corretta valutazione dei risparmi che si prevedono a carico delle pensioni in essere, le proiezioni devono essere rese disponibili con i dati disaggregati per ciascuna fascia di reddito, non solo con i dati, che pure sono stati lodevolmente resi pubblici sul sito della Fnsi, relativi al peso dei tagli sulle tasche degli interessati divisi per scaglioni.
5.      Quale impatto finanziario avrebbe un prolungamento oltre il biennio (esempio: un raddoppio) della clausola di salvaguardia se limitata alla platea di quanti, espulsi dal mercato del lavoro in seguito a chiusure e liquidazioni di aziende, non vi sono mai rientrati e non vi rientreranno, sono passati o passeranno dalla disoccupazione alla contribuzione volontaria, senza  reddito o con redditi inferiori alle soglie minime di povertà considerate dagli  istituti statistici?
6.      Quali misure sono state elaborate per intervenire in modo strutturale sui costi generali, il costo degli organismi e il costo complessivo del lavoro e dei benefit dell’Istituto in un prospettiva di sostenibilità di lungo periodo? E cosa impedisce di legare tali misure alla manovra proposta sulle prestazioni e sulla contribuzione?
7.      Ci sarà poi l’impatto sui conti dell’Inpgi relativo alla dismissione obbligatoria di una parte del portafoglio immobiliare, richiesto da un imminente provvedimento del governo. Perché questa voce non è stata presa in considerazione almeno per valutarne gli effetti sul bilancio?
8.      La limitazione reddituale dell’assegno di superinvalidità (pag. 3) al minimo contrattuale del redattore ordinario su quanti colleghi interverrebbe e in quale rapporto percentuale con i titolari di pensione diretta? E si tratta, a quanto pare di capire, di una misura retroattiva. E’ corretto?
9.      Nel paragrafo sul ricovero nelle case di riposo (pag 3) è ripetuto presumibilmente per errore il testo relativo all’assegno di superinvalidità, mancano le indicazioni sull’intervento in parola.
10.   Sulla indennità per inabilità temporanea (pag. 4), provvedimento a carattere eccezionale riservato a una nicchia di colleghi in condizione di particolare difficoltà, la proposta di sospensione non è giustificata da ragioni contabili, dal momento che si dice che non è prevista alcuna erogazione di tale misura. Quali sono allora le ragioni della sospensione proposta?

sabato 27 settembre 2014

Vittoria della democrazia sindacale



Grande vittoria della democrazia sindacale. Oltre 1000 colleghi votano per il referendum della ASR.

Grande vittoria della democrazia sindacale. Al referendum sugli accordi contrattuali indetto dalla Associazione Stampa Romana hanno partecipato 1082 colleghe e colleghi di tutte le redazioni del Lazio. Un risultato che supera quello del precedente referendum indetto dalla Fnsi. Il risultato finale ha visto prevalere i "no" con 998 voti contro i 73 raccolti dai "si" (2 le schede nulle, 9 le bianche). 
L'Asr ringrazia tutte le colleghe e i colleghi che hanno votato, smentendo cosi le burocrazie sindacali che hanno negato loro il diritto di esprimersi.