venerdì 18 settembre 2015

Paolo Barbieri

In vista del 7 ottobre si è aperto un (minimo) dibattito sull’elezione del presidente della Fnsi che dovrà sostituire il povero Santo Della Volpe. Credo ci abbiano reso un buon servizio i colleghi che hanno fatto circolare pubblicamente il riassunto delle notizie per ora disponibili, delle candidature esplicite e di quelle più o meno occulte. Per lo stesso motivo credo sia giusto riconoscere che la candidatura di Paolo Butturini da parte di Informazione@Futuro ha contribuito alla trasparenza del percorso, sottraendo almeno in parte la discussione ai corridoi. Ha fatto bene il segretario della Stampa Subalpina Stefano Tallia a mettere nero su bianco le sue perplessità di metodo, che condivido solo in parte; giusto chiedere un confronto più aperto, ma le “primarie” in un organismo dirigente costituito per liste avrebbero bloccato il dibattito a una conta di componenti, rischiando di vanificare un passo avanti importante compiuto dopo il congresso di Chianciano. In occasione del pronunciamento della Giunta e delle associazioni regionali sulla manovra Inpgi, infatti, a fronte di un percorso che è apparso piuttosto forzato a molti e con contenuti che hanno suscitato diffuse preoccupazioni, il segretario Lorusso ha ottenuto il mandato “preventivo” che chiedeva per approvare la manovra e trattare sulle possibili correzioni. E, anche se il risultato del suo confronto con i vertici dell’Inpgi ha solo parzialmente soddisfatto le richieste del documento Fnsi, la sua conduzione non è stata messa in discussione.

Ora la Fnsi ha di fronte a sé due scelte da fare. La prima: decidere se tra i cento e dispari componenti del Consiglio nazionale esiste un candidato in grado di svolgere le funzioni del presidente. Ci sono colleghi che sostengono la necessità di un “papa straniero”. Una figura esterna di prestigio, capace di rappresentarci nel Paese e di confrontarsi da pari a pari con la politica. Ma il sindacato dei giornalisti ha già dovuto subire a Chianciano l’avvilente esperienza di un candidato presidente fantasma (il quale ha successivamente negato di aver mai dato la sua disponibilità per la carica in quell’occasione) atteso fino all’ultimo e mai apparso, un po’ Fortezza Bastiani un po’ Dove sta Zazà. Siamo una piccola categoria, un piccolo sindacato, ma davvero vogliamo certificare che non siamo all’altezza di darci un presidente senza cercare un patrono venuto da fuori? E se il patrono fosse davvero autorevole, non indebolirebbe in modo irrimediabile la posizione del segretario come custode della linea sindacale e interlocutore primario delle controparti? Vedremo se e quando si manifesterà questa personalità eccezionale destinata a guarirci dai nostri vizi e a nascondere le nostre debolezze. Non ho pregiudizi, ma molti dubbi sì. 

La seconda scelta attiene alla vita interna del nostro sindacato e il suo rapporto con la platea più vasta dei giornalisti. Contro la candidatura di Butturini al momento è stata avanzata la candidatura, ovviamente più che legittima, del collega Giovanni Negri. Candidatura però formalizzata in una riunione della maggioranza Fnsi sulla base del seguente ragionamento: a Butturini e ai colleghi di Stampa romana è stato “concesso” di entrare in maggioranza a Chianciano, ma a causa delle loro posizioni critiche sulla precedente gestione non possono andare oltre. Ecco, il segretario Raffaele Lorusso innanzitutto, e poi tutti i colleghi impegnati nel sindacato si trovano oggi di fronte a una scelta: accettare oppure rifiutare questa logica di veto, questa idea della maggioranza come un treno con alcuni vagoni di terza classe che non possono che stare in coda, e quindi negare quei passi avanti che ho citato e la stessa legittimità dell’elezione larga e al primo turno di Lorusso nel congresso, figlia proprio della pluralità di sensibilità che si sono messe insieme per guardare al futuro. Accettare quella logica produrrebbe una ferita assai difficile da sanare e forti dubbi sull’agibilità democratica per tutti, nella Fnsi. Possiamo invece rifiutare quella logica e ragionare liberamente sulla candidatura di Butturini e di chiunque altro, a patto che si ripristini un trasparente confronto di idee. In questo senso, le due candidature non si annullano affatto a vicenda: le persone hanno sempre pari dignità, i ragionamenti politici si confrontano e si valutano per significato e conseguenze. 

Io al prossimo presidente chiedo soprattutto di garantire che non si commetta nuovamente l’errore di sterilizzare gli organismi sindacali. In troppi passaggi importanti degli ultimi anni le scelte sono state fatte a prescindere dal coinvolgimento non solo della categoria nel suo insieme, ma degli organismi dirigenti: la commissione contratto, la Consulta dei Cdr, il Consiglio nazionale, a tratti perfino la Giunta. Se vogliamo sopravvivere come sindacato e se pensiamo di poter ancora contribuire a dare un futuro alla categoria, va drasticamente invertita questa tendenza. Sono convinto che anche Lorusso ne sia consapevole. E bisogna ricominciare a parlare a tutti i giornalisti: quello che qualcuno ha visto lo scorso anno come un atto di rottura, il referendum contrattuale convocato da Stampa romana, è stato al contrario un concreto atto di difesa del sindacato. Difesa dalla disillusione, dal distacco, dalla sfiducia, dalla tentazione di dire “siete tutti uguali, basta”. Se non vogliamo chiuderci in un microcosmo mentre si consuma l’abbandono silenzioso di tanti, la strada della democrazia – che non contraddice affatto il meccanismo della delega e della responsabilità delle scelte che resta in capo ai dirigenti eletti – è l’unica percorribile. Una strada ancor più urgente per quanto riguarda la tessitura di un filo comune con i colleghi esclusi dal lavoro dipendente: che siano veri autonomi per scelta o precari per costrizione. Gli editori allargano quella platea, noi dobbiamo farne un elemento costitutivo della vita sindacale. Anche questa idea della ricomposizione unitaria del lavoro giornalistico fa parte dell’esperienza che con la candidatura di Butturini abbiamo voluto mettere a disposizione della maggioranza federale.

Infine, la politica, la capacità di parlare all’esterno, alla società. Certo, ci sono in giro, magari fuori dal sindacato, personalità che hanno più audience di Butturini, maggiore prestigio professionale o sintonia con ambienti che contano. Ma è questo il tipo di immagine esterna che vogliamo proiettare? I giornalisti dentro e fuori dalla “casta”, in corsa indifferentemente per una poltrona di nomina politica o per una carica nelle istituzioni di categoria? Lungi da me ricorrere ai luoghi comuni dell’antipolitica (su cui pure tanti colleghi anche di grande prestigio hanno lucrato in questi anni), ma è forse arrivato il momento di rivendicare, con un filo di orgoglio, il bene più prezioso che abbiamo: la nostra autonomia. Ricordandoci che governare un sindacato come il nostro (a Roma, a Milano come altrove) significa anche fare iniziativa e scelte politiche. Per la parità di genere, contro il razzismo, per la libertà di informazione, ad esempio. Qualcuno pensa che sia solo un caso fortuito, che nella sede di Stampa romana si svolgano da anni le attività di realtà come l’Associazione Carta di Roma o l’Osservatorio Ossigeno sui giornalisti minacciati? E’ questo patrimonio di esperienze, di scelte, di battaglie che pensiamo possa essere utile, in una posizione come quella del presidente della Fnsi. E’ su ragionamenti trasparenti e liberi che chiediamo di misurare le decisioni che dovremo prendere il 7 ottobre.