Paolo Barbieri
In vista del 7 ottobre si è aperto un (minimo) dibattito sull’elezione del
presidente della Fnsi che dovrà sostituire il povero Santo Della Volpe. Credo
ci abbiano reso un buon servizio i colleghi che hanno fatto circolare
pubblicamente il riassunto delle notizie per ora disponibili, delle candidature
esplicite e di quelle più o meno occulte. Per lo stesso motivo credo sia giusto
riconoscere che la candidatura di Paolo Butturini da parte di
Informazione@Futuro ha contribuito alla trasparenza del percorso, sottraendo
almeno in parte la discussione ai corridoi. Ha fatto bene il segretario della
Stampa Subalpina Stefano Tallia a mettere nero su bianco le sue perplessità di metodo,
che condivido solo in parte; giusto chiedere un confronto più aperto, ma le
“primarie” in un organismo dirigente costituito per liste avrebbero bloccato il
dibattito a una conta di componenti, rischiando di vanificare un passo avanti importante
compiuto dopo il congresso di Chianciano. In occasione del pronunciamento della
Giunta e delle associazioni regionali sulla manovra Inpgi, infatti, a fronte di
un percorso che è apparso piuttosto forzato a molti e con contenuti che hanno
suscitato diffuse preoccupazioni, il segretario Lorusso ha ottenuto il mandato
“preventivo” che chiedeva per approvare la manovra e trattare sulle possibili
correzioni. E, anche se il risultato del suo confronto con i vertici dell’Inpgi
ha solo parzialmente soddisfatto le richieste del documento Fnsi, la sua
conduzione non è stata messa in discussione.
Ora la Fnsi ha di fronte a sé due scelte da fare. La prima:
decidere se tra i cento e dispari componenti del Consiglio nazionale esiste un
candidato in grado di svolgere le funzioni del presidente. Ci sono colleghi che
sostengono la necessità di un “papa straniero”. Una figura esterna di
prestigio, capace di rappresentarci nel Paese e di confrontarsi da pari a pari
con la politica. Ma il sindacato dei giornalisti ha già dovuto subire a
Chianciano l’avvilente esperienza di un candidato presidente fantasma (il quale
ha successivamente negato di aver mai dato la sua disponibilità per la carica
in quell’occasione) atteso fino all’ultimo e mai apparso, un po’ Fortezza
Bastiani un po’ Dove sta Zazà. Siamo una piccola categoria, un piccolo
sindacato, ma davvero vogliamo certificare che non siamo all’altezza di darci
un presidente senza cercare un patrono venuto da fuori? E se il patrono fosse
davvero autorevole, non indebolirebbe in modo irrimediabile la posizione del
segretario come custode della linea sindacale e interlocutore primario delle
controparti? Vedremo se e quando si manifesterà questa personalità eccezionale
destinata a guarirci dai nostri vizi e a nascondere le nostre debolezze. Non ho
pregiudizi, ma molti dubbi sì.
La seconda scelta attiene alla vita interna del nostro sindacato e il suo
rapporto con la platea più vasta dei giornalisti. Contro la candidatura di
Butturini al momento è stata avanzata la candidatura, ovviamente più che legittima,
del collega Giovanni Negri. Candidatura però formalizzata in una riunione della
maggioranza Fnsi sulla base del seguente ragionamento: a Butturini e ai
colleghi di Stampa romana è stato “concesso” di entrare in maggioranza a
Chianciano, ma a causa delle loro posizioni critiche sulla precedente gestione non
possono andare oltre. Ecco, il segretario Raffaele Lorusso innanzitutto, e poi
tutti i colleghi impegnati nel sindacato si trovano oggi di fronte a una
scelta: accettare oppure rifiutare questa logica di veto, questa idea della
maggioranza come un treno con alcuni vagoni di terza classe che non possono che
stare in coda, e quindi negare quei passi avanti che ho citato e la stessa
legittimità dell’elezione larga e al primo turno di Lorusso nel congresso,
figlia proprio della pluralità di sensibilità che si sono messe insieme per
guardare al futuro. Accettare quella logica produrrebbe una ferita assai
difficile da sanare e forti dubbi sull’agibilità democratica per tutti, nella
Fnsi. Possiamo invece rifiutare quella logica e ragionare liberamente
sulla candidatura di Butturini e di chiunque altro, a patto che si ripristini
un trasparente confronto di idee. In questo senso, le due candidature non si
annullano affatto a vicenda: le persone hanno sempre pari dignità, i
ragionamenti politici si confrontano e si valutano per significato e conseguenze.
Io al prossimo presidente chiedo soprattutto di garantire che non si
commetta nuovamente l’errore di sterilizzare gli organismi sindacali. In troppi
passaggi importanti degli ultimi anni le scelte sono state fatte a prescindere
dal coinvolgimento non solo della categoria nel suo insieme, ma degli organismi
dirigenti: la commissione contratto, la Consulta dei Cdr, il Consiglio
nazionale, a tratti perfino la Giunta. Se vogliamo sopravvivere
come sindacato e se pensiamo di poter ancora contribuire a dare un futuro alla
categoria, va drasticamente invertita questa tendenza. Sono convinto che anche
Lorusso ne sia consapevole. E bisogna ricominciare a parlare a tutti i
giornalisti: quello che qualcuno ha visto lo scorso anno come un atto di
rottura, il referendum contrattuale convocato da Stampa romana, è stato al
contrario un concreto atto di difesa del sindacato. Difesa dalla disillusione,
dal distacco, dalla sfiducia, dalla tentazione di dire “siete tutti uguali,
basta”. Se non vogliamo chiuderci in un microcosmo mentre si consuma
l’abbandono silenzioso di tanti, la strada della democrazia – che non
contraddice affatto il meccanismo della delega e della responsabilità delle
scelte che resta in capo ai dirigenti eletti – è l’unica percorribile. Una
strada ancor più urgente per quanto riguarda la tessitura di un filo comune con
i colleghi esclusi dal lavoro dipendente: che siano veri autonomi per scelta o
precari per costrizione. Gli editori allargano quella platea, noi dobbiamo
farne un elemento costitutivo della vita sindacale. Anche questa idea della
ricomposizione unitaria del lavoro giornalistico fa parte dell’esperienza che
con la candidatura di Butturini abbiamo voluto mettere a disposizione della
maggioranza federale.